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ETNOANTROPOLOGIA

Nel territorio del Geopark, insiste un complesso substrato storico e culturale che parte dagli albori dell’umanità, con i ripari dei nomadi paleolitici lungo il Gornalunga e che, come nel resto dell’isola, segue il corso delle influenze operate su queste terre da decine di invasori, popoli in migrazione, imperi interessati ai prodotti della terra o alla sua strategica posizione nel Mediterraneo. Certamente il leit motiv dell’area ennese, sin dal neolitico, è quello della produzione agrosilvopastorale, dai resti pre e protostorici risalta chiaramente la vocazione pastorale dei popoli che costruirono le tombe di Malpasso o che, più tardi realizzarono i villaggi che ancora oggi punteggiano con i loro resti le colline dell’intera area Erea. Latte, formaggi, carne e pelli, lane che insieme al lino diedero inizio all’industria tessile, ma anche una agricoltura da subito legata al grano. Queste sono le terre del Triticum durum , il grano duro che è divenuto la base per il pane e per la pasta “vera”. Il mito principale di queste terre è legato alla Dea delle messi ed al suo corteggio di divinità ktonie a noi pervenute con i nomi e le caratterizzazioni del mondo ellenistico e romano. Demetra Cerere, Kore Proserpina o Ades Plutone, vennero venerati per secoli con riti e misteri direttamente collegati con la terra e con la fertilità agricola. Quando il cristianesimo avanzò sulle credenze pagane, dovette dotarsi di una capacità sincretica che, soprattutto nei centri più grandi, riuscì a sostituire le vecchie divinità con santi patroni che, non di rado, mantenevano intatte le caratterizzazioni popolari dei predecessori. E’ il caso della Madonna di Valverde, ad Enna che per volere di San Pancrazio, divenne la patrona della città sino ad allora sacra a Cerere. Bruciato il simulacro della antica dea, la nuova chiesa vide i fedeli rivolgersi ad una Maria impegnata a garantire i raccolti. Più in là la Madonna della Visitazione, nuova patrona dell’intera città e non più solo della area di Valverde, della antica dea prese la data, coincidente con il periodo del raccolto, il legame con le previsioni per il futuro anno agricolo (secondo come il fercolo raggiunge la chiesa di Monte Salvo, i contadini leggono la copiosità delle future messi) ed anche il popolo eletto a gestirne il rito (il pesante fercolo viene portato a spalla dagli ignudi, gli antichi contadini vestiti di una lunga tunica per spagliare L’età emirale ridisegnò il territorio, demolendo quasi del tutto il latifondo romano e ripopolando l’intera zona con la fondazione di nuovi centri o il rimpinguamento di quelli antichi ridotti al lumicino dalla lunghissima parentesi romano bizantina. I toponimi arabi designano ancora oggi gran parte del territorio anche sui grandi segni dello stesso, è il caso del Dittaino Wady at’tain, il fiume del fango, o di Calascibetta, Scioltalbino, Risicallà, Papardura, Rassuara, Favara. Gli arabismi permangono poi nelle tradizioni culinarie oltre che in qualche isolato resto, non di rado sepolto dalle successive vicissitudini. Con l’introduzione del feudalesimo di stampo franco normanno, la Sicilia del grano rivide la creazione dei latifondi e quindi la sostituzione delle masserie ai villaggetti ed ai casali arabi e greci. La campagna venne quasi sempre utilizzata ai fini della produzione cerealicola o per la zootecnia e i segnacoli della stessa furono le ampie masserie fortificate, chiuse attorno al loro cortile, mentre le città videro innalzarsi nuovi castelli, regi nelle più grandi e strategiche, feudali nelle minori. Ancora oggi la visita del Castello di Lombardia di Enna, della Torre ottagona di Federico II e del Castello di Gresti danno l’impressione di essere catapultati nell’epoca mediavale. Lapiù grande innovazione territoriale venne invece nel periodo tardo medievale e moderno con la creazione dei nuovi centri prima legati alla colonizzazione gallo provenzale, ancora oggi testimoniata dalle parlate occitaniche, poi ai provvedimenti di Jus populandi per la trasformazione dei feudi agricoli in veri e propri paesi. I lombardi ripopolarono Aidone e fondarono Piazza Armerina, il cui impianto urbanistico tradisce una antica volontà pianificatoria, poi fu la volta delle città feudali: Leonforte dei Branciforte, Valguarnera Caropepe, sull’antico villaggio arabo per volere dei Valguarnera di Assoro, Nissoria, e Villarosa, voluta dai Notarbartolo per lo sfruttamento dei giacimenti solfiferi. Lo zolfo ed i sali, quasi a confermare la ktonicità dei luoghi, crearono l’ultima, incisiva nota del paesaggio dell’ennese, dal XVIII sec. Vennero sfruttati appieno i giacimenti delle evaporiti, si aprirono miniere a centinaia, si costruirono forni, discenderie, case per i minatori, strade, ferrovie, persino magnifici palazzi per i “padroni” della ricchezza cristallina. Nell’area di Valguarnera rimangono ancora i resti di una “missione” mineraria dei gesuiti, forse l’unico esempio al mondo di un impegno monastico nello sfruttamento delle ricchezze minerarie oggi incluso tra i geositi del Geopark Rocca di Cerere.

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